Afghanistan: ordigni inesplosi e vittime civili

Alle mine lasciate dai sovietici e alle bombe artigianali dei talebani si aggiunge un altro pericolo davvero letale per la popolazione afghana: gli ordigni inesplosi abbandonati dalle truppe Nato, man mano che il ritiro avanza. A farne le spese sono come al solito i civili innocenti.

E' freqente vedere persone aggirarsi per le basi ormai deserte alla ricerca di rottami da rivendere a poco prezzo. Spesso sono bambini, ignari che quel pezzo di metallo all'apparenza buono da riciclare non aveva bisogno che di una piccola smossa per completare il proprio scopo originario, ovvero esplodere e seminare morte e distruzione.

Le statistiche, in questo senso, mostrano un allarmante aumento di questi incidenti di cui, secondo l'agenzia patrocinata dall'Onu, Mine Action Coordination Center of Afghanistan (Macca), buona parte di responsabilità starebbe nell'incuria da parte della coalizione militare occidentale guidata dagli Usa.

"L'Isaf deve ripulire completamente le basi militari e liberare i poligoni prima del ritiro definitivo del prossimo anno – ha detto all'Afp il direttore del Macca Mohammad Sediq Rashid –  L'evidenza suggerisce che questo lavoro non è stato fatto correttamente".

Se infatti dal 2008 sono 53 i civili uccisi da ordigni inesplosi trovati dentro o intorno alle basi Isaf disseminate nel paese, per il Macca la maggior parte di queste morti risalirebbe agli ultimi due anni, aggiungendosi alle già allarmanti cifre prodotte dalle vittime civili delle mine antiuomo e degli Ied (Improvised explosive device): 363 solo nel 2012 e più di 240 tra gennaio e giugno 2013.

In un anno si è verificato un aumento da una media di 30 al mese a 40.

Per Rashid, il tasso di mortalità tra i civili sarebbe addirittura destinato a crescere ancora dato che, man mano che le truppe lasciano le basi, la ricerca di un piccolo profitto porta sempre più persone a rovistare incautamente nei poligoni abbandonati, con altissime probabilità di imbattersi nei cosiddetti "residuati bellici", che in teoria sarebbero dovuti essere eliminati prima della chiusura delle strutture.

La Convenzione del 1980, firmata dalla maggior parte delle nazioni che contribuiscono all'Isaf, obbliga infatti gli eserciti a rimuovere tutti gli ordigni inesplosi dalle aree che si apprestano a lasciare. Cosa che la coalizione internazionale, dal canto suo, sostiene di aver fatto: "Abbiamo messo in atto le procedure standard per rimuovere gli ordigni inesplosi da tutte le basi dell'Afghanistan – ha risposto l'Isaf con un comunicato mandato via mail al Mine Action Service Office (Unmas) delle Nazioni Unite – La sicurezza dei civili è una delle nostre maggiori priorità".

A mancare, però, sarebbero proprio i documenti e i rapporti sulle pulizie effettuate, senza contare che quando l'ufficio Onu ha chiesto di poter vedere queste cosiddette "procedure standard", non ha ricevuto nessuna risposta.

Così, l'agenzia che coordina lo sminamento in tutto l'Afghanistan, non ha potuto effettuare le dovute verifiche, e, purtroppo, neanche "testare" le presunte bonifiche ci pensano direttamente le popolazioni locali: a gennaio di quest'anno, ad esempio, otto civili sono rimasti feriti da un'esplosione in un poligono di tiro dentro un'ex base a nord di Kabul, vicino alla Bagram Air Field.

Il direttore del Macca ha detto che in seguito in quel sito sono stati trovati e rimossi da un team di sminatori delle Nazioni Unite più di 400 pezzi tra munizioni, razzi e altri frammenti.

Così come altri 500 materiali, tra granate, mortai e bombe a mano, sono stati trovati dentro un poligono nel Bamiyan, utilizzato in precedenza da truppe della Nuova Zelanda prima di essere definitivamente chiuso.

"Se l'Onu avesse saputo quali erano i luoghi pertinenti, avrebbe potuto non solo fare ricerche sugli eventuali ordigni rimasti, ma anche educare i locali sui pericoli" ha commentato il vicedirettore dell'agenzia anti-mine delle Nazioni Unite, Sarah Marshall.

Alla fine del 2011, secondo i dati dell'Isaf  in tutto l'Afghanistan c'erano ancora circa 800 basi Usa e Nato. All'inizio del 2013, più di 600 di queste, in maggioranza quelle più piccole utilizzate da poche decine di soldati, sono state chiuse, demolite o consegnate al governo afghano.

Quasi tutte contenevano un poligono o zone di addestramento che le popolazioni locali si sono affrettate ad esplorare una volta abbandonate dai soldati, in cerca di rottami, legna da ardere o semplicemente di terreni in cui far pascolare il bestiame. Da lì al contatto fatale con un ordigno inesploso è davvero un attimo.

"I funzionari della coalizione internazionale – continua Marshall – insistono di aver ripulito in modo corretto le basi abbandonate, ma non offrono alcuna prova e danno la colpa di morti e feriti ai residui bellici di guerre precedenti". 

Intanto l'Onu continua l'opera di sminamento dell'intero paese, che si preannuncia ancora lunga. Nonostante i progressi, si ritiene che ci siano ancora circa un milione di mine disseminate nel paese e si stima servano ancora una decina d'anni di lavoro, se non di più, per completare la pulizia, unito all'indispensabile opera di educazione delle popolazioni locali sui pericoli di mine, residuati bellici e Ied, l'unico modo, per ora, di bloccare questa mattanza.

Perchè anche quando non uccidono, le conseguenze di questi ordigni sono nefaste: attualmente, le mine e i conflitti hanno creato in Afghanistan circa 800.000 persone con disabilità: secondo un sondaggio dell'ong Handicap International, in una famiglia afghana su cinque è presente una persona disabile.

Ultima modifica il Martedì, 04 Marzo 2014 12:50

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